Alzheimer

Alzheimer (14)

Venerdì, 27 Gennaio 2017 14:11

Mediatore Individuale e Alzheimer

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Lunedì, 07 Marzo 2016 14:44

Stella Montis e il segreto della persona al centro

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Giovedì, 19 Novembre 2015 15:41

Alzheimer, l’antidoto è "avere uno scopo nella vita"

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I ricercatori hanno messo in relazione il grado di progettualità degli anziani con le probabilità di sviluppare l’Alzheimer.

“Con la dicitura purpose in life (letteralmente “scopo nella vita”) ci si riferisce alla tendenza a trovare un significato nelle esperienze e a

possedere un senso di intenzionalità e direzione che guidi il comportamento”, hanno spiegato gli autori.

Per misurare questa variabile sono state sottoposte ai partecipanti, nell’ambito del Rush Memory and Aging Project, dieci affermazioni del tipo: “Mi sento

bene quando penso a quello che ho fatto in passato e a ciò che spero di fare in futuro”, “Ho un senso della direzione e degli scopi nella vita”, o ancora “Mi piace  

fare piani per il futuro e lavorare per trasformarli in realtà”. A tutti quindi era stato chiesto di esprimere quanto concordavano con ogni frase in una scala da uno a

cinque. Successivamente i partecipanti allo studio sono stati seguiti per diversi anni. Dei 951 anziani coinvolti nello studio, dopo sette anni 155 erano malati di

Alzheimer e tra questi la maggior parte aveva riportato un basso punteggio nel test sulla progettualità. La stessa correlazione è stata riscontrata nei pazienti che

avevano sviluppato un deficit cognitivo lieve.

Secondo gli autori, la scoperta avrebbe implicazioni importanti per la salute pubblica. “Questi risultati possono aprire nuovi orizzonti di intervento per favorire la

salute e il benessere tra le persone anziane”, ha commentato Boyle. “Avere uno scopo nella vita, infatti, è un fattore potenzialmente modificabile: gli anziani

possono essere aiutati a identificare attività significative e a impegnarsi in comportamenti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi”.

Di seguito il link con il  testo completo in inglese

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2897172/

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Martedì, 06 Ottobre 2015 12:12

I rimpianti e la terza età

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I rimpianti e la terza età

3ott2015 by 

I rimpianti e la terza età
 

Quante volte ci siamo chiesti: “ Ah se solo avessi fatto così?” Ebbene questa domanda si collega ai “rimpianti”, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare se solo ne fossimo stati capaci, una scelta sbagliata, una decisione presa per far piacere a qualcun altro. In giovane età “rimuginare” su un’occasione perduta può essere utile soprattutto quando è possibile avere una seconda opportunità, maquando si è anziani, il rimpianto può peggiorare lo stato emotivo. Secondo una ricerca apparsa sulla rivista “Science” (Published Online April 19 2012 Science 4 May 2012: Vol. 336 no. 6081 pp. 612-614 “Don’t Look Back in Anger! Responsiveness to Missed Chances in Successful and Nonsuccessful Aging”) viene evidenziato che lo stato di benessere e la qualità di vita sono legati, oltre che alla salute fisica, anche allo stato emotivo e cheuno dei grandi nemici della serenità, è rappresentato dal rimpianto. Nella ricerca viene evidenziato come le teorie sulla durata della vita e sull’invecchiamento di successo, siano legate ad una gestione adattativa alle esperienze emotive come i rimpianti. Riuscire ad annullare esperienze negative può rappresentare una strategia potenzialmente protettiva in età avanzata.

Il rimpianto per le occasione perdute non sempre sono negative. Da giovani consente di riflettere sulle scelte fatte e di riflettere meglio su quelle future. Purtroppo capita che, nella fase della vecchiaia, le probabilità di avere una seconda opportunità diminuiscono e rimuginare sulle scelte fatte può essere causa del peggioramento del tono dell’umore e della qualità di vita. Nella citata ricerca gli studiosi hanno sottopostotre gruppi di persone, giovani, anziani depressi e anziani in salute (arruolati tutti su base volontaria), ad una risonanza magnetica funzionale. L’esame serviva a registrare l’attività cerebrale dei soggetti, alle prese con un videogioco molto simile al programma televisivo “Affari tuoi”. Durante l’esame si è evidenziato come, di fronte ad una perdita di denaro, sia i giovani sia gli anziani depressi riprendevano a giocare rischiando di più, mentre gli anziani in salute non cambiavano il proprio comportamento dimostrando, attraverso la registrazione dell’attività cerebrale, che riuscivano a non farsi imprigionare dai rimorsi regolando in maniera più efficiente le proprie emozioni. Il tutto confermato anche da alcuni indicatori fisici quali la frequenza cardiaca e la conduttività elettrica della pelle. Secondo i ricercatori, il segreto per invecchiare bene, è insito nell’avere un atteggiamento mentale più positivo, accettando di non potere controllare tutto, tenendo conto anche delle variabili del caso, evitando di addossarsi tutte le colpe.

Ma quali sono i principali rimpianti che provano gli anziani? E’ quanto emerso da un’indagine condotta e riportata da un sito web (curiosone.tv) :

  1. Non aver viaggiato quando se ne ha avuta la possibilità;
  2. Non aver imparato altre lingue;
  3. Non essere andati ai concerti preferiti;
  4. Aver avuto paura di esprimere i propri sentimenti;
  5. Non aver dato retta ai consigli dei propri genitori;
  6. Aver badato troppo a quanto dice la gente;
  7. Aver perso tempo dietro cose futili;
  8. Non aver imparato a cucinare il piatto preferito;
  9. Aver portato rancore a qualcuno specialmente se si tratta di qualcuno a cui si è voluto bene;
  10. Non aver fatto volontariato;
  11. Aver perso l’occasione di parlare con i propri nonni prima che morissero;
  12. Non aver vissuto appieno i momenti belli della propria vita;
  13. Non essersi mai esibiti in pubblico;
  14. Non aver terminato qualcosa che si era iniziato;
  15. Essersi fatti plasmare dalla propria cultura o dalla propria famiglia;
  16. Non aver giocato abbastanza con i propri figli;
  17. Non aver corso un grande rischio, soprattutto in amore;
  18. Essersi preoccupati troppo, specialmente per cose che non si sapeva se sarebbero accadute;
  19. Non aver passato abbastanza tempo con le persone che più si sono amate;
  20. Non essere stati grati a chi ci ha donato la vita.

 

C’è un altro articolo uscito sulla rivista Guardian dal titolo: “Top five regrets of the dying” ( i cinque principali rimpianti del morente) raccolti in un libro da Bronnie Ware, un’infermiera australiana che lavora in un reparto di cure palliative occupandosi di malati terminali con appena tre mesi di vita davanti.

“I cinque principali rimpianti del morente” che sono emersi dai pazienti sono rappresentati da:

  1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere la vita che volevo, non quella che gli altri si aspettavano che vivessi;
  2. Avrei voluto lavorare meno duramente;
  3. Vorrei avere avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti;
  4. Vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici;
  5. Avrei voluto permettere a me stesso di essere felice.

 

In base a quanto descritto conviene, dunque, cercare di essere quanto più obiettivi possibili nelle scelte, anche considerando le eventuali conseguenze che ne possono derivare. L’essere in pace con se stessi e con le proprie decisioni aiuta, a qualsiasi età, a migliorare il proprio benessere e la propria qualità di vita.                       N.N. A&V.

 

Un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni.
John Barrymore

 

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Lunedì, 21 Settembre 2015 08:27

Neuro-Geriatria: Le fragilità fisiche e psichiche degli anziani

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La scelta dei farmaci e il rischio di interazioni ed effetti secondari - Come invecchiare bene -  Il declino cognitivo e l'Alzheimer
Dott. Ferdinando Schiavo

 

Per invecchiare benesappiamo quanto sia importante  mantenere attiva la mente e il corpo, avere uno stile di vita sano fin da giovani e non far mai mancare stimoli sociali e culturali. Ma nonostante questo le fragilità fisiche e psichiche della terza età sono molte, e le attenzioni da porre alle varie problematiche devono essere mirate e personalizzate per far sì che la qualità della vita, nonostante le malattie croniche e i tanti farmaci assunti, sia comunque buona. E per far questo è fondamentale una attenta anamnesi delle condizioni fisiche e psichiche, una scelta oculata dei farmaci per  evitare effetti collaterali (che talvolta mimano anche patologie neurologiche come un parkinsonismo) e interazioni, unavalutazione del declino cognitivo e una attenzione all'ambiente in cui gli anziani vivono per evitare il rischio cadute che tante conseguenze porta con sè. E per parlare di tutte le problematiche legate alla terza età abbiamo incontrato il Dott. Ferdinando Schiavo, Specialista in Neurologia, che ha recentemente pubblicato il libro "Malati per forza" in cui "per forza" si riferisce al fatto che spesso una politerapia -  necessaria per tenere sotto controllo le varie patologie -  porta con sè anche il rischio di ulteriori difficoltà. Tanto più che molto spesso i farmaci utilizzati (antidepressivi,ansiolitici, benzodiazepine, ma anche farmaci più comuni come antiemetici o antidolorifici) non vengono mai testati sugli anziani e quindi è sempre estremamente difficile individuare il rischio beneficio. E proprio per ridurre il carico di farmaci -  o ritardarne il più possibile l'utilizzo -  è importante invecchiare in buona salute   - e alimentazione e attività fisica giocano un ruolo prioritario in questo -  per far sì che magari un diabete o una ipertensione possano  insorgere il più tardivamente possibile evitando quindi il ricorso a molecole di sintesi per riportare i valori nella norma. E parlando di anziani non si può non parlare di fragilità fisica (mancanza di equilibrio e perdita di tono muscolare portano spesso a cadute con conseguenti fratture) che può essere gestita creando per loro un ambiente a misura (le case per gli anziani devono prevedere ausili e device che li aiutino a non correre rischi, ma anche essere prive di ostacoli banali come ad esempio i tappeti) e di declino cognitivoche talvolta è solo un lieve appannamento delle capacità cognitive, ma purtroppo spesso è solo l'inizio di una demenza come ad esempio l'Alzheimer, patologia che destabilizza tutta la famiglia che deve essere aiutata ad elaborare un lutto quale la "perdita" emotiva del proprio caro. Anche la depressione o l'apatia sono caratteristiche da non sottovalutare nell'anziano e il trattamento farmacologico deve essere adeguato e tempestivo. Da ultimo parliamo anche dell'importanza del rapporto medico paziente quando si è in presenza di un paziente anziano con patologie croniche e il Prof. Schiavo ci ricorda i quattro cardini dell'alleanza terapeutica e che devono ispirare ogni medico: empatia (devo comprendere ciò che provi), informazione (hai il diritto di conoscere le tue malattie e le tue terapie), comunicazione (devo trovare il tempo di parlare con te per ascoltare e spiegare) e professionalità (devo fare il possibile per curarti al meglio) per far sì che l'ageismo (e cioè l'atteggiamento che sottovaluta le problematiche degli anziani ) sia sconfitto per sempre e ogni anziano riceva le migliori cure non necessariamente per guarire ma per garantire la miglior qualità di vita possibile.

Segui il video su: 

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Lunedì, 03 Agosto 2015 07:39

Anche le bambole per curare la demenza senile

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Alla casa di riposo di Sandrigo ora usano le bambole per curare la demenza senile. Partirà nel settembre prossimo infatti un progetto sperimentale denominato “Terapia della bambola”, che sarà realizzato dall’Ipab “Suor Diodata Bertolo” di Sandrigo in collaborazione con l’esperto di terapie non farmacologiche dr. Ivo Cilesi, per avviare nel nucleo ala ovest al terzo piano una terapia alternativa nei confronti dei 150 ospiti, nei quali sono frequenti il deficit cognitivo e i disturbi del comportamento come l’Alzheimer.

Attraverso la bambola la persona affetta da demenza potrà esternare le proprie emozioni e ricevere stimoli per la relazione interpersonale. Anche nelle fasi avanzate della malattia, dove la capacità di memoria, logiche e verbali sono gravemente ridotte e la persona non riesce ad intrattenere più relazioni stabili ed equilibrate, è l’affettività a dimostrare maggiore tenuta e sulla quale è possibile lavorare.

«Non è un’infantilizzazione – spiega il dr. Cilesi – bensì una validazione della realtà che la persona sta vivendo in quel momento. La bambola viene percepita dal malato non come oggetto, ma come bambino, andando ad attivare le esperienze di attaccamento affettivo, con effetti estremamente positivi sui livelli di benessere della persona. Questo porta ad una diminuzione dei disturbi comportamentali e stimola i processi di memoria, la creatività, il dialogo e la capacità di relazione, permettendo talvolta la diminuzione delle terapie farmacologiche».

Gli studi e le esperienze dirette hanno evidenziato che la Terapia della Bambola consente in particolare di ridurre sensibilmente stati d’ansia e d’agitazione, ricorsi a sedativi, apatia e inattività totale, oltre che il deterioramento di alcune abilità cognitive e motorie. Tra i benefici che si osservano nel rapporto tra la persona con demenza e la bambola c’è anche la stimolazione della memoria procedurale, chiamata in causa nell’esecuzione dei gesti di cura, come la vestizione e le azioni del cullare o dell’alimentare.

«Questa iniziativa – dichiara il presidente dell’Ipab Renato Sperotto – si inserisce nel programma di miglioramento della qualità della degenza e della vita degli ospiti. Un programma di sviluppo che include altre collaborazioni con l’Ulss n. 6, quali l’ospedale di comunità, il reparto riabilitativo e spero prossimamente anche la diagnostica. In più confidiamo entro l’anno corrente di far partire i lavori per la nuova sede di via San Gaetano con un moderno e funzionale ampliamento, prima di cominciare l’opera di recupero e restauro dell’attuale sede».

                                                                                Giordano Dellai

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Mercoledì, 15 Luglio 2015 22:19

Vivacità culturale, curiosità e rapporti sociali

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Interessante articolo tratto dal libro "Malati per forza"del Dott. Ferdinando Schiavo.

Vivacità culturale, curiosità e rapporti sociali

Per mantenere efficiente il corpo, viva la memoria (e il resto della cognitività) dei nostri anziani, e non solo degli anziani, è utilissima una vita sociale attiva. Così come per un bambino esiste l’esigenza assoluta di uno stimolo costante affinchè sviluppi le proprie capacità cognitive, altrettanto avviene in un anziano, che si avvii o meno a un decadimento cognitivo. Se non è capace da solo o tramite gli impulsi della sua famiglia, dovremmo intervenire noi che lavoriamo nel campo della salute, creandogli l’opportunità di mantenere e sviluppare relazioni interpersonali, tenere alto il proprio tono dell’umore e anche conservare in attività la mente. Tutti avremmo l’obbligo di impegnarci a contrastare l’epidemia silente della grande solitudine degli anziani poiché la maggior parte di essi conduce uno stile di vita appartato che, spesso, è responsabile del lento declino cognitivo che si traduce in perdita di memoria, in incapacità a proporsi programmi o semplicemente a svolgere alcuni compiti con la stessa abilità e velocità di prima. Gli anziani che si trovano insieme, anche a fare le semplici camminate, una volta cominciato un ciclo, si sosterranno reciprocamente per non interrompere l’hobby, l’esercizio e la sua regolarità.

L’italiana Laura Fratiglioni, direttrice del Gerontological Research Center del Karolinska Instituter di Stoccolma, lavora da tempo con un gruppo di apprezzato di ricercatori del Nord Europa ed ha effettuato nel 2004, fra le tante attività scientifiche, una revisione delle ricerche eseguite sul tema confermando che il livello di attività intellettive e socializzanti, pur se non specifiche, costituisce una forma di prevenzione per lo sviluppo di demenza.
Una popolazione di anziani “attivi”, in breve, ha una probabilità di ammalarsi di demenza ridotta a valori oscillanti fra il 20 e il 50% rispetto a coetanei sedentari e privi di interessi, oppure ne “rimanda”l’inizio dei sintomi di almeno 2 anni. Alle stesse conclusioni sono arrivati, attraverso uno studio su gemelli, il gruppo di Carlson e diversi gruppi di ricercatori.

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Mercoledì, 08 Luglio 2015 13:30

Approcci non farmacologici alle demenze: scienza e aneddotica

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Interessante articolo della Dott.sa Lucchi sugli Approcci non farmacologici alle Demenze

Scarica l'articolo qui

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Lunedì, 09 Febbraio 2015 08:35

Il nuovo film sull'Alzheimer "Still Alice"

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Si sente spesso dire che il cinema è terapeutico, che cura il 'male di vivere', la malattia, la sua insensatezza. Ci sono film che effettivamente favoriscono l'anamnesi e l'autoanalisi, emergendo i fantasmi o i passeggeri oscuri che ci portiamo dentro. Non sconfiggono malattie e nemmeno combattono le patologie, eppure questi film curano, raccontando storie di cura anche quando non è proprio possibile curare, guarire. Still Alice, scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, compagni nell'arte e nella vita, appartiene al 'genere terapeutico' e fornisce allo spettatore una spiegazione e un'argomentazione emozionale del morbo di Alzheimer, una malattia che comporta il progressivo declino delle facoltà cognitive.

Il film di Richard Glazer e Walsh Westmoreland è tratto dal libro Perdersi (Edizioni Piemme) scritto da Lisa Genova.

 

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Giovedì, 11 Dicembre 2014 22:17

L'uomo non smette di giocare perchè invecchia, ma invecchia perchè smette di giocare (G.B.Shaw)

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Martedì, 21 Ottobre 2014 22:41

La terapia della bambola sbarca a Cuba

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Il dottor Ivo Cilesi è uno dei massimi esperti in Italia nel settore delle

cure “non convenzionali”: musicoterapia, terapia della bambola,

arteterapia, treno terapeutico. La sua opera è così strategica e

innovativa che è stato invitato al Centro di Neuroscienze de L’Avana

per una serie di incontri.

 

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Domenica, 21 Settembre 2014 22:24

21 SETTEMBRE 2014 GIORNATA MONDIALE "ALZHEIMER“

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In occasione della ventunesima Giornata Mondiale dell'Alzheimer, per la prima volta a Trieste si è voluto dare particolare risalto a tale malattia con un'iniziativa che difficilmente lasciava indifferenti. Nel corso di tutta la scorsa notte il Municipio in Piazza Unità è stato colorato di viola, colore scelto per ricordare tale Giornata. Tale proposta è partita dall'Associazione Goffredo de Banfield con il Comune di Trieste che l'ha accolta positivamente e realizzata.

Secondo le stime 600.000 italiani sono colpiti a tale malattia (circa 5000 gli anziani triestini) mentre solo un italiano si cinque è assistito dal sistema sanitario nazionale. Al Mondo attualmente i malati sono 25 milioni, cifra destinata più che a triplicarsi in pochi anni: infatti, nel 2030, si stima che a livello mondiale i malati arriveranno a quota 76 milioni.

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Domenica, 21 Settembre 2014 21:45

LA DEMENZA DI ALZHEIMER

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Che cos’é  la Malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer (AD) è la più importante e frequente forma di Demenza ed è provocata dal deposito di alcune sostanze patologiche in particolari aree del cervello e dalla conseguente degenerazione progressiva dei neuroni di quei sistemi funzionali, che sono principalmente impegnati nei processi cognitivi.

Come si possono definire delle Demenze?

Le Demenze sono condizioni cliniche caratterizzate da perdita progressiva delle funzioni cognitive di entità tale da interferire con le usuali attività sociali e lavorative del paziente. La perdita delle capacità riguarda funzioni precedentemente acquisite nel corso della vita. Una persona che nasce con disturbi cognitivi, quindi, non può essere definita demente.

Nelle demenze, accanto alle disfunzioni cognitive, sono presenti mutamenti comportamentali che riguardano la sfera della personalità, dell’umore, della percezione ed interpretazione della realtà.

A volte sono coinvolte precocemente o tardivamente anche le funzioni vegetative (quelle funzioni  “che non comandiamo con la volontà” e che riguardano il funzionamento del cuore, il controllo dei valori pressori e degli sfinteri, l’organizzazione della biologia del sonno) e motorie (con sintomi e segni che riproducono più spesso quelli della Malattia di Parkinson, oppure sono realmente di matrice parkinsoniana come accade nella Malattia di Parkinson che evolve in Demenza).

La variabilità dell’individuo, della natura del danno al tessuto cerebrale e la sede delle alterazioni dei sistemi neuronali realizzano quadri clinici a volte complessi sotto il profilo diagnostico, terapeutico, umano e assistenziale, non rendendo semplice il compiuto di tutti.

 

LA DEMENZA DI ALZHEIMER

 a cura del dott. Ferdinando Schiavo, neurologo

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Venerdì, 19 Settembre 2014 21:57

COME POSSIAMO SCOPRIRE I SINTOMI INIZIALI DELLA DEMENZA DI ALZHEIMER?

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Non è facile intuire la comparsa dei primi sintomi, in quanto possono essere scambiati per semplici manifestazioni dovute allo stress o alla fisiologica riduzione delle abilità cognitive con l'avanzare dell'età. Appare quindi opportuno consultare il medico di fiducia quando si cominciano ad accusare personalmente o notare sulle persone care aspetti quali: difficoltà a ricordare fatti avvenuti di recente  e di rilievo, ripetizioni della stessa domanda, perdita dell’orientamento nel tempo e nei luoghi, difficoltà nel trovare la parola adatta, problemi nel gestire compiti fino a quel momento svolti senza difficoltà, oppure vistose e poco giustificabili modificazioni nel carattere, nel comportamento e nell’umore.

Nella maggioranza dei casi si può assistere alle seguenti espressioni cliniche della malattia.

Nelle fasi iniziali la persona con Demenza di Alzheimer:

-Ha problemi di buon funzionamento della memoria per i fatti recenti ma può al contrario essere precisa sui ricordi lontani. Può dimenticare conversazioni del giorno prima o appuntamenti da poco concordati. Una delle manifestazioni più frequenti è la ripetizione delle stesse domande o considerazioni, anche a distanza di pochi minuti.

- a volte non trova le parole adatte o specifiche per un determinato oggetto o in un discorso (col passare del tempo questo disturbo si può acuire fino a provocare serie difficoltà di comunicazione orale, di lettura e di scrittura)

- non si orienta nei posti che non gli sono familiari (e col progredire della malattia può smarrirsi anche nei luoghi che gli dovrebbero essere ben noti). Il disorientamento nel tempo (date, mesi, stagioni, anno)appare evidente

- può manifestare sintomi di depressione, ansia e riduzione di interessi in generale (apatia). Alcuni malati possono anche mutare carattere e comportamento in svariate forme (da pacifici ad aggressivi o polemici, da silenziosi a logorroici, o viceversa, ecc.). I sintomi depressivi appaiono più evidenti se il malato è in grado di percepire la serietà dei suoi sintomi cognitivi e le conseguenze che hanno sul piano funzionale lavorativo e relazionale

- in alcuni casi presenta manifestazioni psicotiche, come il delirio di furto: crede che gli abbiano rubato oggetti personali e denaro, dal momento che non si ricorda dove li ha riposti o come ha speso i soldi; si convince che quello che non trova gli sia stato sottratto, con ovvie conseguenze del suo stato psichico e sulla serenità dell’ambiente in  cui vive

- può avere allucinazioni visive, anche complesse: persone che girano per casa, visione di bambini (a volte dei propri figli da piccoli, per cui apparecchia la tavola per sei includendo i due figli adulti…..più i due piccoli). Le allucinazioni in verità sono più frequenti (e utili nella diagnosi!) nella Demenza a corpi di Lewy

-può mostrare ancora altri aspetti:  difficoltà nella gestione finanziaria, mancato utilizzo di strategie “ragionevoli” per compiere un’azione, difficoltà nel pianificarle, perseverazioni in comportamenti non corretti.

              A cura del dott. Ferdinando Schiavo, neurologo

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